CHIESA DI SANT'APOLLONIA

Nigola

La facciata della chiesa di Santa Apollonia è alta e stretta, solcata da quattro lunghe paraste con semplice portale in pietra verde; la finestra a croce lobata, il cornicione fortemente aggettante e il frontone con gli sgusci laterali.
Anche il fianco meridionale, che dà sulla piazzetta, rivela il raffinato disegno architettonico del tempio a pianta centrale con base vagamente esagonale e perimetro dall’andamento sinuoso di gusto Rococò. Verso est, si presenta, semplice nella struttura, la sporgenza a parallelepipedo del vano del presbiterio, innestata sul corpo dell’edificio, e fa capolino il campanile a vela con un’unica campana.
L’oratorio, già menzionato negli atti delle visite pastorali del Seicento, ricevette nel primo Settecento nuova veste architettonica per interessamento dei Bresesti, residenti a Nigola a pochi passi dalla chiesa, che ne avevano il patronato. Si tratta sicuramente di una fabbrica ex novo, iniziata nel 1716 e terminata nel 1725 grazie alle rendite dei cospicui beni dati in dotazione all’erigendo oratorio dalla facoltosa famiglia.
Nel 1728, completato l’arredo, il piccolo tempio venne solennemente consacrato.

Non sorprenderebbe apprendere da qualche documento d’archivio che Giovan Pietro Ligari ne sia stato il progettista, tale è la somiglianza con oratori da lui disegnati; infatti il celebre pittore di Sondrio fu anche architetto di chiese, campanili e altari, di cui sono note in provincia diverse opere.

L'interno della chiesa

Il mosso andamento delle linee architettoniche rende lo spoglio interno del piccolo oratorio particolarmente accogliente, ritmato nel candore assoluto delle pareti da alte lesene che vanno a unirsi ai sei costoloni della volta generanti sul soffitto una originale stella. L’aula riceve luce unicamente dalla serie di finestre lobate cruciformi disposte nella fascia superiore e dalla finestra serliana del presbiterio, per cui, anche in pieno giorno, rimane quasi in penombra, garantendo un’atmosfera di raccoglimento.
L’unico altare, posto nella cappella del presbiterio, privo di ancona, mostra una pala di pregio, dipinta nel 1729 da Giovan Pietro Ligari. Lo schema iconografico del quadro è pienamente settecentesco, mentre la gamma cromatica risulta ancora secentesca con tonalità niente affatto brillanti, anzi piuttosto cupe per meglio rendere il soffuso clima di sofferenza e di dolore legato al martirio delle due sante, Apollonia e Lucia, poste in primo piano. Il loro viso rivolto verso l’alto è illuminato dalla fioca luce che trapela da uno squarcio di cielo cupo. In secondo piano appare la figura dolente della Madonna accasciata sulla mensa di un altare con la corona di spine in mano, circondata da uno stuolo d’angeli, uno dei quali regge trionfalmente la palma simbolo del martirio.

Peccato che siano stati rimossi, in seguito ai recenti interventi nell’edificio, le due tele dipinte che erano appese ai lati del portale, in belle cornici dorate ovali e ora in attesa di restauro e di nuova collocazione. Interessante il loro contenuto, legato alle attività della contrada di un tempo. In una è raffigurato il noto episodio della vita di sant’Isidoro contadino in preghiera all’ingresso della chiesa, mentre due angeli nel campo assumono in sua vece la guida dell’aratro.

Nell’altro è presentato san Felice da Cantalice intento all’allevamento dei bachi da seta accanto a una donna, forse un’addetta al lavoro, che lo sta chiamando. Sulle scansie di legno sono adagiati i bozzoli e le foglie di gelso. L’agricoltura e l’allevamento del baco da seta erano in effetti nel passato il lavoro prevalente della contrada, che l’ignoto pittore del XVIII secolo ha voluto a modo suo documentare con il ricordo dei rispettivi santi patroni.

Gianluigi Garbellini

Istituto Studi Storici Valtellinesi

Parrocchia S. Eufemia

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