Dalla strada che, staccatasi dalla principale diretta a Teglio, porta dritta alla chiesa, la luminosa facciata ci si para davanti con piacevole effetto nelle pulite linee del Romanico frammisto al Gotico, secondo il gusto storicista dei primi anni del Novecento. L’affianca, arretrato di diversi metri sul lato destro, il campanile d’impronta barocca, tutto intonacato, con la consueta lanterna e il cupolino, con base e buona parte del fusto però di matrice romanica. Esso fu infatti ristrutturato e munito di nuova cella campanaria nel corso degli interventi del XVII secolo con i quali la chiesa venne adattata alle nuove esigenze di culto e al gusto barocco. Sul suo lato nord, a pochi metri d’altezza, era dipinta in caratteri medievali la scena della Crocifissione, della quale oggi non resta che una vaga traccia. Il dipinto dava, fino all’ampliamento del tempio del primo Novecento, direttamente sulla via che dal ponte saliva, passando davanti alla chiesa, verso la contrada Pila, quindi a Castelvetro e a Teglio.
Sul fianco meridionale dell’edificio le varie fasi costruttive sono subito evidenti, riassunte nelle articolazioni del muro perimetrale della navata, della cappella cinquecentesca e di quella attigua terminante in un cupolino settecentesco e infine dell’ossario del XVIII secolo, munito di una elaborata cancellata in ferro battuto e tutto affrescato all’interno, oggi, purtroppo in pessimo stato.
Nel varcare la soglia, attrae l’attenzione l’affresco della lunetta in cui vediamo il Santo titolare nelle vesti inconsuete del mata moros (ammazza-mori) sul cavallo bruno mentre – secondo la tradizione spagnola - ingaggia la lotta contro i “Mori”; uno di questi con in capo il turbante orientale e il viso dalla carnagione scura già giace moribondo ai piedi del suo cavallo. Non sappiamo dai documenti chi ne sia l’autore, da ricercare probabilmente in Luigi Tagliaferri, il pittore lecchese attivo tra la fine del XIX secolo e il primo Novecento in diverse chiese della diocesi.

L'interno della chiesa

L’interno del tempio, vagamente neo-gotico, è spazioso con tre navate e altrettante campate coperte da volte. L’occhio attento coglie subito la singolarità del presbiterio, sopraelevato di diversi gradini, con ben pronunciate coperture ogivali e insolitamente profondo con l’altare maggiore molto arretrato rispetto alla navata. È questa infatti la parte dell’antica aula trasformata, con il ribaltamento dell’orientamento dell’edificio, in presbiterio e coro e naturalmente quella più interessante. Bisogna ammettere però che anche la porzione di edificio aggiunta nel primo Novecento rivela compostezza architettonica e si fonde armoniosamente con quella preesistente creando un ambiente raccolto e dignitoso. Degni di nota sono i due altari a capo delle navate laterali, realizzati su modelli tradizionali e dotati di artistica ancona: quello di destra dedicato alla Madonna Ausiliatrice e quello di sinistra al Sacro Cuore. Alla destra della gradinata che conduce all’altare rivolto al popolo, posto all’inizio del presbiterio, non passa inosservata la bella vasca monolitica del fonte battesimale.
Ornano le volte a crociera delle due campate del presbiterio, in spazi sagomati tra decorazioni architettoniche con simboli e settecenteschi motivi di maniera, le immagini del Risorto, dell’Assunta della stessa mano del grande affresco sulla parete del coro (ex controfacciata) rappresentante con dovizia di figure il Martirio di san Giacomo e del dipinto sulla parete destra con l’immagine di San Giovanni Battista, opere di sconosciuto pittore del 1796, ridipinte nel 1925 e restaurate nel 1975.

L’altare maggiore, in marmo nero di Varenna con intarsi policromi, rivela nella struttura eleganti caratteri tardo barocchi che ricordano le opere realizzate nel corso del Settecento dalla celebre bottega dei Longhi di Viggiù. Non indifferente è l’arredo dell’altare con eleganti candelabri in rame argentato, relativa croce, i busti dei quattro vescovi e i reliquiari.
Sulla parete destra del presbiterio notiamo una grande tela (cm. 250 x cm.165) – probabilmente la pala dell’altare di un tempo - attribuita a Giovan Pietro Ligari -, raffigurante la Madre dei santi Giacomo Maggiore e Giacomo Minore, inginocchiata davanti a Gesù con il calice contenente il Suo sangue, simbolo di redenzione, ma anche di amarezza e di dolore. La tonalità cupa del dipinto forse non permette di apprezzare il disegno delle figure e l’intensa gestualità che anima la scena, tipica dei quadri del Settecento.
Sullo stesso lato, da una stretta porta, entriamo in un pertugio: ciò che resta dopo la costruzione nel Seicento della cappella laterale che ha semidistrutto quella antica dedicata a Sant’Antonio da Padova. Sorprende il ciclo di affreschi della parte superstite della volta e della parete di destra, dove tra motivi a grottesca, fregi e finte trabeazioni individuiamo, nonostante il forte degrado della pittura, rispettivamente uno dei Padri della Chiesa (sant’Agostino?) nel tondo al centro della lunetta e tre santi, ben riconoscibili nella tradizionale iconografia: Antonio da Padova e Bernardino da Siena ai lati di un pontefice, probabilmente Silvestro e Gregorio.  Anche a San Giacomo è dunque presente il ricordo del Santo senese, venuto a Teglio nel 1432 a portare la pace tra le famiglie in discordia, l’immagine o il simbolo del quale sono effigiati in tutte le chiese del territorio tellino.
La pittura rivela la mano di un artista lontano dai toni popolari, non priva di ricercatezza nei motivi decorativi.
Sulla parete opposta del presbiterio, quasi dietro l’altare, scopriamo una tela di interesse più documentario che artistico, raffigurante l’Adorazione dell’Ostia eucaristica, che appartenne con ogni probabilità al distrutto oratorio della Confraternita del SS. Sacramento. Due angeli sorreggono l’ostensorio ambrosiano con la sacra particola, tra altre figure angeliche in volo e due santi, mentre i confratelli incappucciati e in veste rossa, presieduti dal priore e dal parroco, rivolgono le loro preci al Santissimo.
Sullo stesso lato si aprono due vani di grande importanza artistica. Nella prima cappella, la più vicina all’altare rivolto ai fedeli ammiriamo un vero gioiello pittorico. In essa era un tempo l’altare della Vergine, dove probabilmente si venerava in una antichissima statua oggi non più esistente “la Madonna delle Piatte di San Giacomo”, di cui danno notizia taluni atti delle visite pastorali del Seicento.
Ci rendiamo subito conto della necessità di un accurato restauro generale del ciclo affrescato che presenta abrasioni, distacco del colore, chiazze biancastre e scure e precarietà di parti d’intonaco che rischiano di staccarsi dall’arriccio.
Non sfugge, già al primo sguardo, la scritta nella strombatura sinistra di una finestra, ora murata, sul lato destro della piccola cappella, dove leggiamo: - 1544 DIE 12 AVGVSTI – la data di esecuzione dei dipinti a lungo attribuiti al grosino Cipriano Valorsa, in realtà – come sostengono recenti studi – opera del pittore bresciano Vincenzo de Barberis, attivo pochi anni prima nel palazzo Besta di Teglio e in diverse chiese dell’Alta Valle. In effetti, i caratteri inconfondibili dell’artista, che fu probabile maestro del Valorsa, sono pienamente riscontrabili nell’impostazione iconografica molto descrittiva, nel dettaglio del paesaggio, nel fine ovale dei volti femminili e nel modo di trattare il colore dai toni caldi e pacati, particolari che il pittore di Grosio, imitandoli senza raggiungere la finezza del de Barberis, perpetuò nella sua lunga stagione artistica.
Iniziamo dalla parete di fondo, dove era sistemato l’altare, rimosso per lasciare il posto a una porta in seguito tamponata, nel cui vano è stato ricavato l’attuale occhio tondo. Nonostante le lacune, individuiamo l’Assunta tra due angeli e gli attoniti apostoli ai lati. Sulle pareti laterali, in vari riquadri, sono presentati in sequenza i momenti salienti della vita di Maria: la Presentazione al tempio, lo Sposalizio, la Nascita di Gesù, l’Adorazione dei Magi, la Circoncisione di Gesù, la Fuga in Egitto e l’Incoronazione. Nelle lunette della volta, evocante il Cielo, sono effigiati gli angeli musicanti.
Indugiamo, prima di lasciare la cappella, sulla poetica dolcezza della scena della Natività, sulla delicatezza di taluni dettagli iconografici e sulla tonalità cromatica che, nonostante i danni, crea un’atmosfera calda e serena, quanto basta per convincerci della bellezza e del valore di questo importante documento pittorico del Cinquecento lombardo.
A pochi passi, lungo la stessa parete sinistra del presbiterio, si apre la porta della sacrestia, che, fino alle ristrutturazioni dell’inizio del secolo scorso, fu la cappella della Confraternita del SS. Rosario.
Evidente è la sua elegante struttura a pianta quadrata coronata da una cupoletta con lanternino.  Straordinario risulta l’apparato decorativo, che, per quanto degradato in più parti, rivela tutta la pomposa grazia del Rococò tra motivi di finta architettura a trompe l’oeil, di fiori e racemi e varie figure chiamate a comporre un mosso insieme d’effetto, centrato sull’unico tema: la grandezza di Maria, la cui immagine trionfa nelle vesti dell’Assunta, raffigurata sulla cupola, attorniata dai Re Salomone e David e dai Profeti Isaia e Geremia, dipinti sui pennacchi.
Nella parete centrale, notiamo il vano della nicchia, ora finestra, dove era posto il simulacro della Madonna del Rosario con i Santi Domenico e Caterina da Siena affrescati sui lati. Sulle pareti laterali, in due riquadri purtroppo molto rovinati, a stento decifriamo la Visitazione di Maria a Elisabetta (a destra) e la Natività (a sinistra).

Gianluigi Garbellini

Istituto Studi Storici Valtellinesi

Parrocchia S. Eufemia

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