Indubbiamente panoramico il luogo, su cui sorge la chiesa, caratterizzato da un pianoro naturale ritagliato nel pendio sovrastante l’Adda la quale sfiora il piede della montagna montante a balze rocciose, sito ideale, secondo le scelte medievali, per innalzare un oratorio e un ospizio che fossero ben in vista a chi transitava lungo la strada e sul relativo ponte sottostante.
Santo Jacopo de Platiis - San Giacomo delle Piatte – è il nome riferito a questa chiesa – oggi parrocchiale -, riportato dagli antichi documenti, proprio per il suo insistere su lastroni di roccia (in dialetto piati o piate). Già dalla localizzazione in un punto strategico desumiamo l’antichità delle origini, suffragata anche dalla dedicazione all’apostolo Giacomo Maggiore, ab antiquo protettore dei viandanti, come ancor oggi attesta il celebre santuario di Santiago di Campostela, meta di numerosi pellegrinaggi a piedi.
La fondazione della parrocchia fin dal 1423, con il distacco dalla chiesa madre di Santa Eufemia di Teglio, lascia intuire come la vicinanza di Grania avesse ormai una comunità ben consolidata, che alla fine del XVI secolo, secondo il vescovo Ninguarda, ammontava a 94 famiglie, cioè circa 600-700 anime, numero destinato a scendere drasticamente con l’imperversare della peste nel 1630-35. Nel 1807 la comunità di Grania registrava nuovamente 700 residenti, cifra in crescita fino ai giorni nostri.
Del primitivo edificio altomedievale esiste oggi più nulla, perché la chiesa venne nel corso del XV secolo totalmente ricostruita.

Sopravvive di questo rifacimento la parte che costituisce l’attuale presbiterio, ben riconoscibile per le volte a ogiva. Dagli atti delle visite pastorali apprendiamo che la chiesa quattrocentesca venne profondamente modificata nel XVII secolo per adattarla ai canoni proposti dalla Controriforma. Nel 1655 il vescovo Carafino afferma che il tempio era stato in gran parte rinnovato, mentre nel 1697 il vescovo Bonesana attesta che il coro e alcune cappelle laterali erano di nuova fabbrica. La chiesa secentesca rimase tale, con la sola aggiunta della cappella del Rosario nel corso del Settecento, fino all’inizio del Novecento, allorché si diede inizio ai lavori di ampliamento, non essendo più in grado di accogliere l’accresciuto numero di fedeli. Fin dal 1836 e poi ancora nel 1873 i rappresentanti della comunità avevano proposto di ingrandire il vecchio tempio, ma ragioni economiche li costrinsero a desistere. Promotore dei lavori fu lo zelante parroco Giulio Leali, opportunamente ricordato dalla tavoletta in marmo affissa all’esterno della chiesa sulla parete meridionale. Il sacerdote, esaminati i disegni e gli schizzi di Antonio Picinelli di Bergamo - già contattato dal precedente parroco - inviatigli dalla curia vescovile di Como, si rivolse all’ingegner Giacomo Orsatti e al capomastro Omobono Cenini per l’elaborazione del progetto da inviare all’Ufficio Regionale di Milano per la Conservazione dei Monumenti.
Le “Belle Arti” il 13 luglio 1903 con lettera alla Prefettura di Sondrio e nota del 18 successivo al Comune di Teglio davano l’autorizzazione con precise prescrizioni in modo da salvaguardare la parte architettonica più antica, la cappelletta dipinta ridotta a ripostiglio, l’ossario e i vecchi dipinti e le decorazioni. Per quanto riguardava l’esterno, chiedevano che “le linee della nuova facciata (fossero) di quella semplicità decorosa, escludendo qualsiasi superfetazione di cattivo gusto, come cornici di stucco, sagome etc. accennate nel progetto”. Don Leali, sentito l’architetto Luigi Perrone e apportate alcune modifiche su proposta del Cenini, inviò a firma dell’ing. Orsetti il nuovo progetto che, finalmente il 27 gennaio 1904 ricevette il nulla osta da parte dell’Ufficio Regionale. Aveva prestato i suoi buoni uffici per accelerare i tempi presso il Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti l’on. Luigi Credano.
Prima di visitare la chiesa, prendiamo nota di come si presentava la vecchia parrocchiale di San Giacomo.
Dal disegno presentato dal capomastro Omobono Cenini, incaricato della parte edile, possiamo rilevare in pianta l’assetto della costruzione precedente che era quella secentesca.
Il tempio aveva allora l’orientamento originale verso l’est equinoziale, quindi con la facciata rivolta a ovest che dava sulla strada comunale.
L’unica navata – che era quella quattrocentesca - si sviluppava su tre campate con un ampio presbiterio “a scarsella” con base a quadrilatero, fortemente inclinato su un lato secondo una consuetudine antica che amava vedere nella pianta dell’edificio sacro il corpo di Gesù steso sulla croce con il capo – corrispondente al presbiterio – inclinato sulla spalla destra.
Quattro erano le cappelle laterali: a destra quelle della Confraternita del Santo Rosario (attuale sacrestia) e della Madonna con i dipinti cinquecenteschi e a lato del presbiterio il probabile vano per il fonte battesimale; a sinistra la cappella di Sant’Antonio e, di fianco al presbiterio, la sacrestia. All’esterno, verso est, a pochi passi dalla parrocchiale, esisteva un oratorio dei confratelli che venne demolito totalmente, al pari del coro e del presbiterio con i relativi vani laterali per creare lo spazio necessario all’ampliamento.
Dalla nota del capomastro, tra i dati tutti verificabili direttamente nella costruzione attuale, apprendiamo che l’altare maggiore fu smontato pezzo per pezzo per essere poi rimesso in opera nella vecchia navata divenuta presbiterio.
Non ci resta a questo punto che la visita, tenendo presente che la chiesa, profondamente trasformata con l’aggiunta della parte costituente ora il corpo principale dell’edificio, fu consacrata il 29 luglio 1906.

Gianluigi Garbellini

Istituto Studi Storici Valtellinesi

Parrocchia S. Eufemia

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