Nella nuda pietra grezza, al pari di una qualsiasi rustica costruzione, la chiesa sembra approdare da un mondo remoto, di una semplicità delle linee architettoniche, da cui sprigiona una inspiegabile armonia che trae origine dalla povertà degli elementi costitutivi dell’edificio: rudi conci in pietra viva e tondeggianti sassi di fiume in letti di malta, disposti orizzontalmente o nel vago andamento spinapesce per dare un cenno di movimento alle superfici. Riconosciamo dall’insieme e, ancor più, dall’analisi delle singole parti, i tratti tipici dell’architettura comasco-ticinese, proposta in tutta Europa dai Maestri Comacini: le aperture arcuate delle porte e delle monofore originali, che scorgiamo tamponate tra le finestre rettangolari, l’abside semicircolare dalle piatte lesene, munita di archetti pensili e di piccole monofore e il mirabile equilibrio del campanile con copertura a piramide, scandito da tre ordini di delicate bifore e dai consueti archetti ciechi dell’arte romanica.

Scopriamo, osservando attentamente la struttura dell’esile torre, alcune pietre angolari recanti dei graffiti di non facile interpretazione, una sul lato nord, vicino alla porta arcuata, e tre sul prospetto ovest. Non è dato sapere se si tratti di materiale di recupero proveniente da una precedente costruzione o se i conci siano stati incisi appositamente con motivazioni e significati legati alla sacralità dell’edificio cristiano. Non è escluso che si tratti di arcaiche incisioni preromane, fatto non certo sorprendente nella realtà di Teglio, dove diversi sono i petroglifi antichi rinvenuti.

Dagli scavi, effettuati in prossimità della chiesa e nella piazza antistante, è emersa la forte valenza archeologica di tutta l’area, riguardante un ampio arco di tempo, dalla preistoria all’antichità romana e medievale, ben individuabile nei reperti dei diversi strati sovrapposti, tuttora allo studio degli specialisti, tra cui i resti di una precedente chiesa del VI secolo, sorta forse su un luogo di culto pagano.

Merita considerazione anche la bella fontana monolitica dall’elegante disegno a coppa, posta al centro dell’emiciclo degradante verso la chiesa.

L'interno della chiesa

La porta principale è stata realizzata nel corso del Seicento; prima di allora, l’ingresso era infatti assicurato unicamente dalle porte laterali, caratteristica questa delle chiese del periodo carolingio-ottoniano. Nello scendere i ripidi gradini, ci rendiamo conto come, rispetto al piano attuale della strada, l’edificio rimanga notevolmente affossato.

L’interno è quanto di più semplice si possa immaginare: un’aula spoglia dalla base trapezoidale con copertura a capriate, conclusa dall’abside con apertura a ferro di cavallo, immersa nella raccolta atmosfera propria delle piccole chiese romaniche rurali.

Nel percorrere la breve navata, l’occhio cade sulle due grandi arcate del fianco sinistro, murate da secoli, come si deduce dalla martoriata superficie degli intonaci, che restano un rebus insoluto, non conoscendo la funzione dello spazio a lato della navata con il quale comunicavano, forse un porticato o il cortile interno di un convento.

Sullo stesso lato, in un vano all’interno dell’abside, scopriamo il primitivo e spoglio tabernacolo chiuso da un semplice portello di legno. È noto come un tempo l’Eucaristia non era conservata al centro dell’altare, ma in un’edicola ricavata nel muro.

Si colgono subito i segni lasciati dal tempo nella piccola chiesa, che subì nel Seicento alcune trasformazioni per essere adattata alle esigenze di culto della Controriforma: si aprirono l’ingresso sulla facciata e nuove finestre sui muri perimetrali per dar luce all’interno, si rinnovò la controsoffittatura  e, al pari delle pareti della navata, si intonacò tutta l’abside, dotandola di volta a conchiglia, di due nicchie con le statue in gesso dei santi Pietro e Paolo e di un altare di legno con ancona. 

L’antica chiesa medievale visse dunque un periodo di fervore con l’istituzione nel 1664, su proposta del sacerdote Giovan Giacomo Morelli, del Canonicato di San Pietro, approvato dal cardinale Federico Borromeo, visitatore apostolico in Valtellina.

Cadde poi, con il passare degli anni, in abbandono, tanto da essere chiusa definitivamente al culto già sul finire del XIX secolo, poiché considerata cadente, senza più infissi e con precaria copertura. Divenne in seguito perfino deposito di una falegnameria con tanto di soppalco, il cui segno resta tuttora percepibile su tre lati delle pareti e specialmente sui dipinti tagliati a metà.  

La sua “redenzione” avvenne alla fine degli anni Settanta del secolo scorso per volontà dell’arciprete di Teglio, don Renato Rossi, sollecitato dal Centro Tellino di Cultura. Il parroco promosse il ripristino del tetto e degli infissi, la posa del pavimento in lastroni in pietra e la ricostruzione dell’altare. Il 29 giugno 1980, dopo più di un secolo, si celebrò nuovamente la messa.

L’attenzione si rivolge ora ai dipinti, recuperati in due diversi interventi, quelli dell’abside nel 1988 a cura del Lions Club Tellino – come ricorda la lapide presso l’altare – e quelli sul fianco sinistro della navata a opera della competente Soprintendenza un paio di anni dopo.

Sulla breve parete a sinistra dell’abside vediamo, in un affresco della seconda metà del XV secolo o del primo Cinquecento, l’arcangelo Michele, rivestito di corazza, le grandi ali rosse, il volto aureolato leggermente reclinato e le dita affusolate, colto nell’atto di rinfoderare la spada.

Il dipinto dell’arcone trionfale sul fronte dell’apertura absidale, pur con qualche lacuna, rivela un interessante contenuto, non tanto per le delicate immagini dell’Annunciazione con i due personaggi disgiunti ai due lati della base dell’arco, quanto in quelle della fascia centrale, dove sono raffigurate le Vergini sagge e le stolte della nota parabola evangelica. Il tema pare suggerire che presso San Pietro esistesse in origine un monastero femminile, che potrebbe coincidere con “il convento delle sorelle della casa superiore di Teglio”, dell’ordine degli Umiliati, citato nelle registrazioni relative alla raccolta delle decime voluta da Bonifacio VIII nel 1295-98.

Gli affreschi più interessanti si trovano all’interno dell’abside. Nello zoccolo, che è la parte più rovinata, dai pochi elementi rimasti, si deduce che erano rappresentate le attività delle stagioni.

Nella fascia superiore, meglio conservata, sono raffigurati, come in un polittico, gli apostoli dai volti pieni di espressione, leggermente girati uno verso l’altro come se stessero conversando a due a due, ciascuno con il proprio simbolo e il proprio nome. Un fregio a fondo granata, decorato con eleganti girali e fiori monocromi, divide la parte terrena – simboleggiante, attraverso gli apostoli, la Chiesa – da quella celeste del dipinto, dove troneggia, nello squarcio a forma di mandorla, assiso sull’arcobaleno, il Cristo del giorno del giudizio con le gote arrossate, la bocca socchiusa, come se stesse parlando, e il vangelo aperto sulle parole EGO SVM LVX MVNDI VIA VERITAS ET VITA  - “io sono la luce del mondo, la via, la verità e la vita” - con spartito e neumi del canto gregoriano.

Attorno a Lui, l’apocalittico Tetramorfo con il simbolo degli evangelisti - l’angelo, il leone, l’aquila e il toro -  curiosamente innestato su ciascuno dei quattro busti al posto della testa, come si riscontra in taluni codici miniati del Trecento. Non mancano all’interno del fregio e nel sottarco le immagini dei padri della Chiesa: Agostino, Gerolamo, Gregorio e Ambrogio e, nello sguancio della monofora centrale, un piccolo Crocifisso.

Il carattere aulico della pittura, lontana da ogni tono popolare, attenta all’impostazione iconografica generale e ai singoli dettagli, dal vivace cromatismo e non priva di raffinati spunti decorativi, pone l’opera nella cerchia dei “pittori giotteschi” lombardi, attivi tra la fine del XIV secolo e i primi anni del XV secolo.

Nella fascia superiore, meglio conservata, sono raffigurati, come in un polittico, gli apostoli dai volti pieni di espressione, leggermente girati uno verso l’altro come se stessero conversando a due a due, ciascuno con il proprio simbolo e il proprio nome. Un fregio a fondo granata, decorato con eleganti girali e fiori monocromi, divide la parte terrena – simboleggiante, attraverso gli apostoli, la Chiesa – da quella celeste del dipinto, dove troneggia, nello squarcio a forma di mandorla, assiso sull’arcobaleno, il Cristo del giorno del giudizio con le gote arrossate, la bocca socchiusa, come se stesse parlando, e il vangelo aperto sulle parole EGO SVM LVX MVNDI VIA VERITAS ET VITA  - “io sono la luce del mondo, la via, la verità e la vita” - con spartito e neumi del canto gregoriano.

Attorno a Lui, l’apocalittico Tetramorfo con il simbolo degli evangelisti - l’angelo, il leone, l’aquila e il toro -  curiosamente innestato su ciascuno dei quattro busti al posto della testa, come si riscontra in taluni codici miniati del Trecento. Non mancano all’interno del fregio e nel sottarco le immagini dei padri della Chiesa: Agostino, Gerolamo, Gregorio e Ambrogio e, nello sguancio della monofora centrale, un piccolo Crocifisso.

Il carattere aulico della pittura, lontana da ogni tono popolare, attenta all’impostazione iconografica generale e ai singoli dettagli, dal vivace cromatismo e non priva di raffinati spunti decorativi, pone l’opera nella cerchia dei “pittori giotteschi” lombardi, attivi tra la fine del XIV secolo e i primi anni del XV secolo. 

Un piccolo saggio della primitiva decorazione, che si stendeva su buona parte della superficie absidale, si riscontra nello sguancio della monofora di destra, dove sono affiorati, essendo caduto l’intonaco, incerti girali e fiori monocromi di impronta romanica.

Il ciclo affrescato in alto, lungo la parete di sinistra, dai riconoscibili tratti cinquecenteschi nella presentazione figurativa e nella tonalità dei colori, è diviso in vari riquadri, non tutti di chiara lettura a causa delle lacune. Il primo, quello vicino alla controfacciata, raffigura l’Ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme con tutti i particolari narrativi del Vangelo, il secondo rappresenta una Scena di mercato davanti al protiro della chiesa (forse lo stesso di Sant’Eufemia). Seguono al centro della parete e all’interno di un protiro, che dal basamento e dal capitello sembra essere quello della parrocchiale di Teglio, uno Stendardo rosso dispiegato con in mezzo il Trigramma cristologico di san Bernardino da Siena e, infine, una mutila scena di impossibile interpretazione.

Concludono l’arredo pittorico due modesti affreschi votivi di mano popolare, attribuibili a Giovannino da Sondalo. Su uno si leggeva fino a poco tempo fa la scritta GOTTARDVS 1496, il santo vescovo tedesco, al quale Teglio dedicherà quasi tre secoli dopo un santuario a Somasassa. L’altro presenta Cristo sporgente dal sepolcro con i segni della Passione.

Non possiamo infine non considerare l’orientamento della chiesa, così atipico rispetto a quello delle altre costruzioni sacre di Teglio, rivolto solitamente all’est equinoziale o estivo, secondo la consolidata tradizione alto-medievale. In effetti, sembra che la chiesa sia orientata questa volta a sud. In realtà, la parte absidale di San Pietro punta esattamente verso l’est del solstizio d’inverno. Se ne ha la certezza attorno al Natale, meglio il 21 dicembre, giorno del solstizio, quando, al sorgere del sole, dalla monofora centrale dell’abside un raggio irrompe nella navata, disegnandone l’asse. Pregnante di significato è naturalmente per la simbologia cristiana il riferimento al solstizio d’inverno che coincide con la nascita di Gesù, “luce del mondo” e “sole di giustizia”.

Gianluigi Garbellini

Istituto Studi Storici Valtellinesi

Parrocchia S. Eufemia

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